S. Floriano dalle ore 15.30 alle 17.30.
Presenti: Franco, Marisa, Leonilde, Angela, Amelia, Antonio Sartorello, Mirella, Aristide, Gianni, Ermanno, don Olivo, Nino.
Riflessione: Prima e seconda Lettera ai Tessalonicesi e Lumen Gentium cap. 1
Dopo una breve preghiera si dà lettura del verbale della riunione precedente e si passa allo scambio di riflessioni sulle letture in programma per oggi.
Antonio
Dalla prima e seconda lettera ai Tessalonicesi di Paolo si intravede una comunità di credenti con dubbi e difficoltà analoghi ai nostri. Avevano ricevuto la fede attraverso la predicazione e ne ricevono conferma per mezzo della parola scritta. Erano arrivati ad abbandonare il lavoro in attesa di un'imminente parusia. Anche noi ora l'attendiamo: non è importante come e quando, ma essa avverrà. E questo gli richiama anche la sua personale Parusia.
Aristide
Ha colto un collegamento con il tema trattato dalla "Lumen Gentium" nella differenza di tono fra le due lettere di Paolo. Nella prima afferma di essere stato amorevole come un padre e una madre, nella seconda esprime minacce contro coloro che non si convertono. Trova in questo una costante dell'essere umano, come le cose più infami che possono accadere tra marito e moglie, che pure hanno inizialmente legato le loro vite per amore.
Olivo
Leggendo la nota previa e il capitolo primo della Lumen Gentium si ha l'impressione che il Concilio sia passato nelle biblioteche e non nelle Chiesa. Anche la nota previa, tanto criticata perché nata da un intervento del Papa, afferma che la Chiesa è sinodalità. Il Sinodo non è una "commissione", ma un camminare insieme con Gesù. La nota previa è originata dall'atteggiamento della Curia che anzitutto voleva che fosse affermato che il Papa è il capo. Non c'è invece Papa senza Vescovi e non ci sono Vescovi senza il Papa. Il Papa non è il successore di Gesù, né di Pietro e neppure i vescovi lo sono. Non è qualcosa che nasce in una dimensione giuridica o politica, ma una fraternità, un ordine di servizio. Sono documenti di una enorme fecondità che non vogliono dare una definizione della Chiesa, perché qualsiasi definizione della Chiesa è parziale, ne mette in evidenza alcuni aspetti e in questi la blocca. È quasi come voler dare una definizione esaustiva di Dio: si può, tutt'al più, tentare di dare alcune immagini e di attribuire degli aggettivi. Nel capitolo secondo si arriverà al centro della riflessione: il popolo di Dio non come popolo esclusivo contro gli altri, ma un popolo che riconosce Dio e per questo si pone in un atteggiamento di servizio. Noi siamo entrati nel nuovo patto o "testamento", ma tutto ha senso soltanto nella "koinonia" : presentare Dio Padre al mondo. Non è l'intelligenza che fa scoprire Dio e i destini di salvezza dell'umanità. Esse sono realtà a cui ci si accosta con la preghiera, nella comunione e non nella riflessione sociologica. Non emergono come bisogno umano, ma come una rivelazione di Dio che dà all'umanità una dimensione profetica. I Tessalonicesi appaiono come un gruppo spaventato che vede passare il tempo senza che si realizzi quella parusia che essi avevano creduto ormai prossima e si chiede chi sia il Cristo. Le nostre parrocchie forse ci pensano poco e sono più occupate nelle sagre, ma il Cristo verrà perché è venuto. Nonostante tutte le nostre miserie crediamo che egli verrà. La nostra fede deve essere fondata su questa attesa che deve tener viva la nostra speranza e desta la nostra vigilanza. L'ecumenismo nasce da questa attesa e si porge al mondo come speranza.
Marisa
La lettera ai Tessalonicesi esprime in modo vivo il senso del mistero che la nostra fede comporta. Nelle nostre parrocchie questo senso del mistero manca e viene sostituito con l'emozione che può nascere dall'organizzazione di attività come i pellegrinaggi che per alcuni sono occasioni per ravvivare la propria fede e si vedono infatti persone che così ritornano ad una pratica religiosa. Anche i Tessalonicesi avevano organizzato e semplificato il mistero smettendo di lavorare. Occorre ritrovare il giusto senso del mistero, di ritrovarlo veramente nel modo che il nostro legame alla persona di Cristo comporta.
Antonio
Il primo capitolo della "Lumen Gentium" lo mette di fronte al mistero della Chiesa che tante volte si trova a criticare perché uomo tra gli uomini. Ci sfugge, al riguardo, che la Chiesa è qualcosa di più grande di come viene espressa dalle sue dimensioni umane: la Chiesa è Cristo. Quando si vede qualcosa che va male, si dovrebbe partire da questo mistero. Oltre a tutto nel n. 8 della Lumen Gentium è ribadito che il Regno di Dio non si esaurisce nella Chiesa: Dio è libero e chiama a sé uomini anche fuori dalla Chiesa e la sua logica va al di là delle nostre delimitazioni.
Ermanno
I testi conciliari gli riempiono il cuore perché invitano a vivere nel grande disegno di salvezza di Dio: la Chiesa sacramento di Dio per l'umanità perché con la venuta del Cristo c'è per l'uomo la prospettiva di partecipare alla vita divina. Facciamo quindi parte di questo genere umano che cammina con Dio nella storia. Come dice S. Paolo la nostra fede è una fede attraverso la nostra vita con gli altri. Poi troviamo però i contrasti tra lo spirito e la legge, tra l'entusiasmo e la burocrazia. Credo tuttavia che siamo chiamati sulla linea dello spirito, perché la nostra fede è un dono dello spirito, non delle strutture ecclesiastiche. È a Gesù che dobbiamo costantemente far riferimento come verità, non alla gerarchia e neppure alla nostra esperienza. Come persone in ricerca possiamo però comunicare nella fede. C'è da chiedersi inoltre come saremmo noi senza il Concilio Vaticano II.
Antonio
Paolo parla di Chiesa coraggiosa, ma anche di un mistero di iniquità. Effettivamente certe aberrazioni, certi disastri presenti nell'umanità non possono risalire che a questo mistero di iniquità Così noi viviamo comunque nel mistero, sia esso quello della Chiesa o quello dell'iniquità. In questo mondo dove non possiamo veder chiaro c'è però chi ha affermato "lo sono la luce".
Olivo
Fa notare che questi due misteri non si equivalgono: Dio immette la luce nel mondo come prima cosa nella sua opera di creazione. Per l'uomo, secondo Paolo, non è ragione di vita l'attesa della fine dei tempi, ma la speranza nel mistero di Dio che salva. Il cristianesimo è l'unica religione di salvezza. La discussione si fa frammentata con brevi interventi che richiamano la teoria dell'apocatastasi e riprendono l'intervento di Marisa sui pellegrinaggi.
Marisa
precisa che ha una impressione positiva dei risultati dei pellegrinaggi: in effetti quando si parla di religione ci si rivolge soprattutto alle menti delle persone, e si trascura il lato emotivo delle gente, che è molto importante. In questo contesto qualcuno fa notare che nelle nostre parrocchie molte volte si trovano relazioni piuttosto fredde, formali e burocratiche, anche quando si parla di amore verso il nostro prossimo. Purtroppo non viene avvertita la necessità della lettura personale o di gruppo della Bibbia o quantomeno c'è una difficoltà a rapportarsi alla Parola di Dio e si preferisce la costruzione di una religiosità basata su altre emozioni e devozioni. Si ricorda come i neo-catecumenali a questo riguardo siano molto attenti all'accoglienza delle persone nelle loro celebrazioni liturgiche, mentre nelle parrocchie si ha a volte l'impressione di una fredda asetticità. Quando le celebrazioni fatte da gruppi particolari sono davvero partecipate la gente se ne accorge e coglie con piacere la differenza. Viene anche criticato il clericalismo sempre presente che fa dei preti gli unici veri attori della vita delle comunità, e non permette una vera partecipazione dei fedeli. Anche dal recente sinodo dei Vescovi sulla Parole di Dio non è apparsa alcuna novità. Si fa peraltro notare che la gerarchia, pur con tutti i suoi difetti, ci ha consegnato la Parola di Dio, che ampia gli spazi della nostra libertà e della nostra responsabilità al di là dei vincoli formali. Si stabilisce che per la prossima riunione si leggerà il secondo capitolo della "Lumen Gentium" e i primi tre capitoli della lettera agli Efesini. Si parla ancora del richiamo rivolto da Tettamanzi ai preti nel quale è stato fatto notare che essi hanno sicurezze che le famiglie non hanno. Al riguardo qualcuno fa notare che è difficile poter parlare con competenza di povertà se non si è poveri, ma oggi non è tanto la povertà in sé che ha importanza, quanto piuttosto la relazione, la testimonianza. Mentre Giovanni XXIII era capito da tutti, oggi occorre essere uno specialista in teologia per capire la "Spe salvi". Si porta anche l'esempio del cardinal Martini che ha studiato per rendersi comprensibile ai milanesi. Sembra che sia necessario un processo di umanizzazione, la cui mancanza è un peccato da cui non sappiamo come uscire.
Viene raccolta la somma di 290 euro per il seminario di Faisalabad.
Il prossimo incontro viene fissato per sabato 13 dicembre alla solita ora.
La riunione si conclude alle 17.30.