domenica 15 marzo 2009

Verbale dell'incontro del 14 febbraio 2009

S. Floriano dalle ore 15.30 alle 17.30.

Presenti: Gianni, Antonio Sartorello, Franco, Olga, Carmen, Marisa, Aristide, Ermanno, Amelia, Mirella, Olivo, Nino.   

Dopo una breve preghiera e la lettura del verbale della riunione precedente inizia lo scam­bio delle riflessioni nate dalla lettura della lettera ai Filippesi e del capitolo 4° della "Lumen Gentium" (I laici).   

Antonio: Coglie dalla lettera accenni a divisioni presenti anche nella Chiesa primitiva, ma la frase che più lo ha colpito è "purché Cristo sia annunciato" e si chiede quanto capace egli sia di annunciare il Cristo. D'altra parte considera che Cristo è anche colui che ha rinunciato alla gloria di Dio per diventare uomo. È quindi nel servizio ad altri uomini che noi dobbiamo trovare il modo di annunciare e testimoniare Gesù.   

Olga: Lo stesso versetto le ha fatto sorgere un problema: va bene anche annunciare il Cristo essendo degli ipocriti, cioè non comportandosi poi secondo quanto si predica?   

Olivo: spiega che si tratta di una difficoltà nata dal fatto che non sempre si può rendere esattamente in italiano il testo greco. Marisa fa presente che Paolo chiama Pietro ipocrita perché richiede la circoncisione dei pagani convertiti, benché Pietro avesse già superato il divieto di mettersi a tavola con pagani. Si consulta al riguardo l'ultima traduzione della CEI.   

Olga Fa presente ancora di non aver potuto fare a meno di pensare alle discussioni sul caso di Eluana Englaro quando ha letto il punto dove Paolo si dice che sarebbe meglio per lui morire e godere la vita eterna.   

Aristide: Trova che i brani letti comunicano un grande entusiasmo e testimoniano uno stile di relazione con la comunità che è alla pari, fraterno. Francis Pereira ha preso da questo testo il titolo del suo studio.   

Marisa: Secondo lei, il centro della lettera è il secondo capitolo nel quale si può trovare un'indicazione per cambiamento che ci viene richiesto dalla crisi attuale: Cristo che diven­ta un servo. Questa è una verità che dovrebbe invadere tutto il nostro vivere, ma per noi, che ci diciamo suoi seguaci, non è una cosa facile da realizzare.   

Olivo: Asserisce che è proprio questo il cammino della vita umana: farsi sempre più simili a Dio per essere realmente uomini. La via che ci viene indicata è la solidarietà con tutta l'umanità, il diventare fratello fra fratelli, senza privilegi. Questo non significa cadere nella tentazione dell'egualitarismo. Tutto quello che dobbiamo fare è accogliere l'amore di Dio per diventare capaci di accogliere tutti. È un concetto presente anche nella spiritualità dei Sufi: è Dio che attrae, come la calamita attira il ferro. Non siamo noi che andiamo verso Dio come non è il ferro da solo che può muoversi verso la calamita.   

Mirella: Afferma che il culto vero è quello che viene dallo Spirito. Il problema è accogliere, e sentir­si accolti, non quello di agire. Si agisce anche per paura, anziché per amore.  

Amelia: Ricorda che qualcuno ha affermato che la contemplazione è essere sulla soglia. Si sofferma sulla frase "è il frutto a vostro vantaggio" e trova al riguardo che il dono è bello an­che per quello che uno ha messo dentro di suo. Ringrazia le persone del gruppo per quan­to lei sente di ricevere da esse. Anche nell'intensità dei sentimenti umani si rivela il dono di Dio.   Olivo
Commenta: la religione ti fa cristiano, la mistica ti fa umano. 

Amelia: Rammenta che nella nostra educazione religiosa siamo stati sempre spinti a superare l'umano, mentre qui abbiamo uno squarcio di pienezza di umanità.    

Mirella: Concorda dicendo che nell'educazione è stato molto presente il verbo "devo". Ora per fortuna l'atteggiamento è mutato.

Olivo:   Precisa che l'ascetica non è contrapposta alla mistica. La legge è il pedagogo, ma la meta è Cristo. Egli non è identificabile con la legge, la quale è solo una strada per arrivare alla mistica, nella quale il "devo" è sostituito da Gesù Cristo.   

Marisa: Fa notare come l'attrattiva della persona di Gesù venga messa particolarmente in eviden­za dal fatto che Paolo ha deciso di seguirlo pur essendo un ebreo perfettamente in regola in relazione alla legge e alla sua osservanza.   

Nino: Riferendosi al capitolo 4 della "Lumen Gentium" riferisce che di fronte a questo documento ha sempre provato un certo imbarazzo in quanto gli sembra che dica e non dica, che comincia fare delle considerazioni, ma poi quasi le ritrae per una sorta di cautela, di poca fi­ducia verso i laici.   Olivo È evidente che ci sono nel capitolo 4 della "Lumen Gentium" sia il tentativo di dire quello che deve essere l'impegno autonomo del laico nel suo campo, sia, nel contempo, la paura che il laico vada per strade sue. Anche ora nel programma di rinnovamento della nostra diocesi c'è un gruppo che pensa e che progetta mentre tutti gli altri sono chiamati ad obbedire. Si afferma che c'è il popolo di Dio, che nessuno comanda, che c'è la funzione sacerdotale, profetica e così via, ma subito si mettono dei paletti, come se i ministri non fos­sero popolo. Il ruolo della gerarchia è valido se essa si fa testimone, garante, aiuto al po­polo di Dio. E i vescovi sono infatti nella loro linea di continuità con gli apostoli, testimoni diretti di Cristo. Quando si parla di collaborazione si dice già che c'è uno che pensa e qualcun altro che esegue: non c'è un vero concetto di partecipazione. Invece un laico può essere un profeta, e il vescovo no. Il vescovo non è uno che ha carismi particolari, ma li ri­conosce. Sarebbe meglio dire: non ci sono preti e laici, ma credenti in Cristo che svolgono un servizio.   

Aristide: Commenta che in effetti lui, come laico, si sente autorizzato a non far niente, a meno che non venga a trovarsi in un posto dove non arriva il prete.   

Olga: Afferma che anche lei aveva qualche perplessità a riguardo di questo capitolo e sperava di avere qualche spiegazione.   

Olivo Ricorda che attorno alla "Lumen Gentium" e alla "Dei Verbum" ci fu uno grande scontro tra le due grandi tendenze presenti in concilio. È dovuto intervenire Paolo VI con la nota previa per superare i contrasti.   

Marisa:Osserva che ora effettivamente il laico può collaborare solo se il prete lo vuole. 

Amelia: Trova che ci sono laici cristiani più responsabili dei preti. Siamo tra l'amareggiato e il tener duro nonostante tutto. Sembra che la gerarchia nell'affermare il suo potere finisca per per­derlo. Giuliano parla alla folla e riceve applausi, il vescovo viene ascoltato con noia. Non è ancora acquisito il senso pieno di responsabilità, ma cominciano a circolare la capacità e le competenze.   

Olivo: Ricorda che è Cristo che evangelizza: occorre superare le categorie. È un po' come a scuola: lì c'è il maestro che svolge un ruolo importante, ma più importante è il ruolo della famiglia.  

Ermanno: Esprime il concetto di spiritualità che ha ricavato dalle letture: siamo invitati ad immergerci nella relazione con Cristo con la coscienza di entrare in una cosa più grande di noi; ad en­trare nel Suo amore in un rapporto che fonde ogni relazione umana e, coinvolti da questo amore, a prendere la nostre decisioni. È un procedere in modo completamente diverso da quello che ci fa agire soltanto secondo la legge. Della "Lumen Gentium" lo ha colpito la frase che afferma che i laici hanno "la facoltà, anzi talvolta anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa". Nonostante questo richiamo del concilio è capitato che il gruppo di S. Andrea, di cui fa parte, abbia scritto una lettera al vescovo e gliel'abbia trasmessa attraverso il parro­co, ma non c'è stata alcuna risposta. Ne nasce l'impressione di mancanza di dialogo. Tuttavia noi dobbiamo testimoniare la parola. Non possiamo testimoniare con le modalità con cui siamo stati catechizzati. Le condizioni sono molto cambiate. Nell'amicizia possia­mo avere rapporti con i musulmani e farci apprezzare per il nostro modo di vivere e spie­gare che cerchiamo di seguire il Vangelo. Paolo ci dà l'indicazione: "io non sono perfetto, ma continuo la mia corsa". Dobbiamo lanciarci anche noi con la categoria del Vangelo as­sieme a tutti quelli che testimoniano lo spirito.     

Olga: Le sembra che oggi la parola cristiano assume un significato astratto. Ci sono personaggi che si dicono cristiani, ma la cui vita non fa riferimento al vangelo. E ci sono persone tutto sommato oneste che non riescono più ad andare in chiesa. Che cosa mai si può fare per esse?   

Ermanno: Afferma che non ha senso soffermarsi sulle colpe che possono avere i preti in relazione alla disaffezione di tanta gente dalla pratica religiosa. Noi, infatti, non andiamo in chiesa a portare la nostra onestà. Vi portiamo invece i nostri peccati e Dio ci dà il suo amore nell'Eucarestia. Purtroppo un'occasione da vivere nella gioia si è trasformato in un mo­mento noioso ed oppressivo.   

Mirella: Dice di aver colto anche lei qualche difficoltà in questo capitolo delle "Lumen Gentium", ma al di là del Papa e dei vescovi e della prassi nella chiesa, resta luminoso il mistero di Gesù Cristo.   

Ermanno: Cita la sua esperienza con la figlia: il cambiamento decisivo che l'ha posta sulla via della guarigione è stato un soggiorno in una comunità monastica. Quando si parla di gerarchia occorre distinguere e parlare di persone. E non ha senso affermare che non si va in chiesa per un disaccordo con la gerarchia.   

Antonio Conclude ricordando che come laici siamo anzitutto cristiani per il battesimo. È vero che il clero ha la parola, ma ci sono segnali che qualcosa si sta muovendo. Don Milani, per e-sempio, volle dare la parola ai ragazzi. Occorre avere la capacità di proporci.   

Viene ricordato che oggi si commemorano i Santi Cirillo e Metodio, che predicarono il Vangelo agli slavi. Di essi parlano la "Orientale Lumen" e la "Slavorum apostoli" di Gio­vanni Paolo II.   

Viene presentato il libro "Vicende del Postconcilio nella Chiesa e nella società trevigiana -1965-1986-voi. 3."   Si decide di ritrovarsi il 14 marzo alla solita ora avendo riflettuto sulla lettera ai Colossesi e sul capìtolo 5 della "Lumen Gentium".   

Vengono raccolti 305 euro per il seminario di Faisalabad.   

La riunione si conclude alle 17.30.

sabato 14 marzo 2009

LETTERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI VESCOVI

LETTERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA RIGUARDO ALLA REMISSIONE DELLA SCOMUNICA DEI QUATTRO VESCOVI CONSACRATI DALL’ARCIVESCOVO LEFEBVRE, 12.03.2009
Riportiamo di seguito, nell’originale in lingua italiana e in lingua tedesca, e nelle traduzioni in lingua francese, inglese, spagnola e portoghese, il testo della Lettera di Sua Santità Benedetto XVI ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre:
TESTO IN LINGUA ITALIANA
Cari Confratelli nel ministero episcopale!
La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un’Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità del collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità. A vent’anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell’ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall’ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" – istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa – con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell’Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu … conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell’amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia – è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell’Enciclica Deus caritas est.Se dunque l’impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti – per quanto possibile – nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può essere totalmente errato l’impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l’insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà – anche in tempi turbolenti. Vorrei così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermoVostro nel SignoreBENEDICTUS PP. XVIDal Vaticano, 10 Marzo 2009