S. Floriano dalle ore 15.30 alle 17.30.
Presenti: Gianni, Antonio Sartorello, Franco, Olga, Carmen, Marisa, Aristide, Ermanno, Amelia, Mirella, Olivo, Nino.
Dopo una breve preghiera e la lettura del verbale della riunione precedente inizia lo scambio delle riflessioni nate dalla lettura della lettera ai Filippesi e del capitolo 4° della "Lumen Gentium" (I laici).
Antonio: Coglie dalla lettera accenni a divisioni presenti anche nella Chiesa primitiva, ma la frase che più lo ha colpito è "purché Cristo sia annunciato" e si chiede quanto capace egli sia di annunciare il Cristo. D'altra parte considera che Cristo è anche colui che ha rinunciato alla gloria di Dio per diventare uomo. È quindi nel servizio ad altri uomini che noi dobbiamo trovare il modo di annunciare e testimoniare Gesù.
Olga: Lo stesso versetto le ha fatto sorgere un problema: va bene anche annunciare il Cristo essendo degli ipocriti, cioè non comportandosi poi secondo quanto si predica?
Olivo: spiega che si tratta di una difficoltà nata dal fatto che non sempre si può rendere esattamente in italiano il testo greco. Marisa fa presente che Paolo chiama Pietro ipocrita perché richiede la circoncisione dei pagani convertiti, benché Pietro avesse già superato il divieto di mettersi a tavola con pagani. Si consulta al riguardo l'ultima traduzione della CEI.
Olga Fa presente ancora di non aver potuto fare a meno di pensare alle discussioni sul caso di Eluana Englaro quando ha letto il punto dove Paolo si dice che sarebbe meglio per lui morire e godere la vita eterna.
Aristide: Trova che i brani letti comunicano un grande entusiasmo e testimoniano uno stile di relazione con la comunità che è alla pari, fraterno. Francis Pereira ha preso da questo testo il titolo del suo studio.
Marisa: Secondo lei, il centro della lettera è il secondo capitolo nel quale si può trovare un'indicazione per cambiamento che ci viene richiesto dalla crisi attuale: Cristo che diventa un servo. Questa è una verità che dovrebbe invadere tutto il nostro vivere, ma per noi, che ci diciamo suoi seguaci, non è una cosa facile da realizzare.
Olivo: Asserisce che è proprio questo il cammino della vita umana: farsi sempre più simili a Dio per essere realmente uomini. La via che ci viene indicata è la solidarietà con tutta l'umanità, il diventare fratello fra fratelli, senza privilegi. Questo non significa cadere nella tentazione dell'egualitarismo. Tutto quello che dobbiamo fare è accogliere l'amore di Dio per diventare capaci di accogliere tutti. È un concetto presente anche nella spiritualità dei Sufi: è Dio che attrae, come la calamita attira il ferro. Non siamo noi che andiamo verso Dio come non è il ferro da solo che può muoversi verso la calamita.
Mirella: Afferma che il culto vero è quello che viene dallo Spirito. Il problema è accogliere, e sentirsi accolti, non quello di agire. Si agisce anche per paura, anziché per amore.
Amelia: Ricorda che qualcuno ha affermato che la contemplazione è essere sulla soglia. Si sofferma sulla frase "è il frutto a vostro vantaggio" e trova al riguardo che il dono è bello anche per quello che uno ha messo dentro di suo. Ringrazia le persone del gruppo per quanto lei sente di ricevere da esse. Anche nell'intensità dei sentimenti umani si rivela il dono di Dio. Olivo
Commenta: la religione ti fa cristiano, la mistica ti fa umano.
Amelia: Rammenta che nella nostra educazione religiosa siamo stati sempre spinti a superare l'umano, mentre qui abbiamo uno squarcio di pienezza di umanità.
Mirella: Concorda dicendo che nell'educazione è stato molto presente il verbo "devo". Ora per fortuna l'atteggiamento è mutato.
Olivo: Precisa che l'ascetica non è contrapposta alla mistica. La legge è il pedagogo, ma la meta è Cristo. Egli non è identificabile con la legge, la quale è solo una strada per arrivare alla mistica, nella quale il "devo" è sostituito da Gesù Cristo.
Marisa: Fa notare come l'attrattiva della persona di Gesù venga messa particolarmente in evidenza dal fatto che Paolo ha deciso di seguirlo pur essendo un ebreo perfettamente in regola in relazione alla legge e alla sua osservanza.
Nino: Riferendosi al capitolo 4 della "Lumen Gentium" riferisce che di fronte a questo documento ha sempre provato un certo imbarazzo in quanto gli sembra che dica e non dica, che comincia fare delle considerazioni, ma poi quasi le ritrae per una sorta di cautela, di poca fiducia verso i laici. Olivo È evidente che ci sono nel capitolo 4 della "Lumen Gentium" sia il tentativo di dire quello che deve essere l'impegno autonomo del laico nel suo campo, sia, nel contempo, la paura che il laico vada per strade sue. Anche ora nel programma di rinnovamento della nostra diocesi c'è un gruppo che pensa e che progetta mentre tutti gli altri sono chiamati ad obbedire. Si afferma che c'è il popolo di Dio, che nessuno comanda, che c'è la funzione sacerdotale, profetica e così via, ma subito si mettono dei paletti, come se i ministri non fossero popolo. Il ruolo della gerarchia è valido se essa si fa testimone, garante, aiuto al popolo di Dio. E i vescovi sono infatti nella loro linea di continuità con gli apostoli, testimoni diretti di Cristo. Quando si parla di collaborazione si dice già che c'è uno che pensa e qualcun altro che esegue: non c'è un vero concetto di partecipazione. Invece un laico può essere un profeta, e il vescovo no. Il vescovo non è uno che ha carismi particolari, ma li riconosce. Sarebbe meglio dire: non ci sono preti e laici, ma credenti in Cristo che svolgono un servizio.
Aristide: Commenta che in effetti lui, come laico, si sente autorizzato a non far niente, a meno che non venga a trovarsi in un posto dove non arriva il prete.
Olga: Afferma che anche lei aveva qualche perplessità a riguardo di questo capitolo e sperava di avere qualche spiegazione.
Olivo Ricorda che attorno alla "Lumen Gentium" e alla "Dei Verbum" ci fu uno grande scontro tra le due grandi tendenze presenti in concilio. È dovuto intervenire Paolo VI con la nota previa per superare i contrasti.
Marisa:Osserva che ora effettivamente il laico può collaborare solo se il prete lo vuole.
Amelia: Trova che ci sono laici cristiani più responsabili dei preti. Siamo tra l'amareggiato e il tener duro nonostante tutto. Sembra che la gerarchia nell'affermare il suo potere finisca per perderlo. Giuliano parla alla folla e riceve applausi, il vescovo viene ascoltato con noia. Non è ancora acquisito il senso pieno di responsabilità, ma cominciano a circolare la capacità e le competenze.
Olivo: Ricorda che è Cristo che evangelizza: occorre superare le categorie. È un po' come a scuola: lì c'è il maestro che svolge un ruolo importante, ma più importante è il ruolo della famiglia.
Ermanno: Esprime il concetto di spiritualità che ha ricavato dalle letture: siamo invitati ad immergerci nella relazione con Cristo con la coscienza di entrare in una cosa più grande di noi; ad entrare nel Suo amore in un rapporto che fonde ogni relazione umana e, coinvolti da questo amore, a prendere la nostre decisioni. È un procedere in modo completamente diverso da quello che ci fa agire soltanto secondo la legge. Della "Lumen Gentium" lo ha colpito la frase che afferma che i laici hanno "la facoltà, anzi talvolta anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa". Nonostante questo richiamo del concilio è capitato che il gruppo di S. Andrea, di cui fa parte, abbia scritto una lettera al vescovo e gliel'abbia trasmessa attraverso il parroco, ma non c'è stata alcuna risposta. Ne nasce l'impressione di mancanza di dialogo. Tuttavia noi dobbiamo testimoniare la parola. Non possiamo testimoniare con le modalità con cui siamo stati catechizzati. Le condizioni sono molto cambiate. Nell'amicizia possiamo avere rapporti con i musulmani e farci apprezzare per il nostro modo di vivere e spiegare che cerchiamo di seguire il Vangelo. Paolo ci dà l'indicazione: "io non sono perfetto, ma continuo la mia corsa". Dobbiamo lanciarci anche noi con la categoria del Vangelo assieme a tutti quelli che testimoniano lo spirito.
Olga: Le sembra che oggi la parola cristiano assume un significato astratto. Ci sono personaggi che si dicono cristiani, ma la cui vita non fa riferimento al vangelo. E ci sono persone tutto sommato oneste che non riescono più ad andare in chiesa. Che cosa mai si può fare per esse?
Ermanno: Afferma che non ha senso soffermarsi sulle colpe che possono avere i preti in relazione alla disaffezione di tanta gente dalla pratica religiosa. Noi, infatti, non andiamo in chiesa a portare la nostra onestà. Vi portiamo invece i nostri peccati e Dio ci dà il suo amore nell'Eucarestia. Purtroppo un'occasione da vivere nella gioia si è trasformato in un momento noioso ed oppressivo.
Mirella: Dice di aver colto anche lei qualche difficoltà in questo capitolo delle "Lumen Gentium", ma al di là del Papa e dei vescovi e della prassi nella chiesa, resta luminoso il mistero di Gesù Cristo.
Ermanno: Cita la sua esperienza con la figlia: il cambiamento decisivo che l'ha posta sulla via della guarigione è stato un soggiorno in una comunità monastica. Quando si parla di gerarchia occorre distinguere e parlare di persone. E non ha senso affermare che non si va in chiesa per un disaccordo con la gerarchia.
Antonio Conclude ricordando che come laici siamo anzitutto cristiani per il battesimo. È vero che il clero ha la parola, ma ci sono segnali che qualcosa si sta muovendo. Don Milani, per e-sempio, volle dare la parola ai ragazzi. Occorre avere la capacità di proporci.
Viene ricordato che oggi si commemorano i Santi Cirillo e Metodio, che predicarono il Vangelo agli slavi. Di essi parlano la "Orientale Lumen" e la "Slavorum apostoli" di Giovanni Paolo II.
Viene presentato il libro "Vicende del Postconcilio nella Chiesa e nella società trevigiana -1965-1986-voi. 3." Si decide di ritrovarsi il 14 marzo alla solita ora avendo riflettuto sulla lettera ai Colossesi e sul capìtolo 5 della "Lumen Gentium".
Vengono raccolti 305 euro per il seminario di Faisalabad.
La riunione si conclude alle 17.30.
Nessun commento:
Posta un commento